#28Riflessi_oni Illuminazione che serve oggi come ieri
Nella mia ultima visita a Roma, Flaminia — la grande donna che mi ha dato questa opportunità — mi ha fatto entrare in diversi luoghi, tra cui anche la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo al Celio.
Questa chiesa, di origine paleocristiana, nasce nel IV secolo sopra una domus romana. Nel tempo è stata più volte trasformata, fino ad assumere l’aspetto attuale grazie a un importante rifacimento in stile barocco, intorno al 1715.
È conosciuta anche come la chiesa dei lampadari.
Al suo interno, infatti, sono stati inseriti successivamente questi particolari elementi d’arredo.
Entrando, è stato fortissimo per me lo scollamento tra i diversi stili, e subito mi è sorta una domanda:
“Quando sono stati collocati questi lampadari e perché?”
Si percepisce chiaramente che il loro stile è posteriore rispetto a quello predominante della chiesa, appunto barocco, e ancora più distante dall’originaria impronta paleocristiana.
La storia ci racconta che questa basilica è sorta sopra una domus ecclesiae e che al suo interno doveva trovarsi anche la tomba dei fratelli Giovanni e Paolo. Non si tratta degli apostoli a noi più noti, ma di due martiri cristiani, probabilmente legati a figure influenti del loro tempo.
È proprio questo che mi ha incuriosita così tanto.
Mi affascinano profondamente le chiese che hanno attraversato il tempo, trasformandosi e ricostruendosi. Perché, per me, questo significa accoglienza: accogliere ciò che è stato e portare alla luce ciò che arriva, nel rispetto del passato e con la lungimiranza che ogni cambiamento possa generare nuova conoscenza per chi verrà dopo.
Non credete sia così?
L’arte ci insegna anche questo: apprendere dal genio che è stato per proseguire verso l’evoluzione. Un nuovo che illumina, quando è capace di portare alla luce e rispettare ciò che lo precede, trasformandolo in nuove forme del nostro divenire.
E qui la storia ci racconta un passaggio significativo.
Siamo negli anni ’50, nel secondo dopoguerra. Un’Italia che deve ricostruirsi e risorgere dalle macerie.
Il cardinale statunitense Francis Joseph Spellman decise non solo di ripristinare la facciata paleocristiana della basilica, ma anche di ornare la navata centrale con due file di lampadari in cristallo, provenienti dal Waldorf Astoria di New York.
Ma qual è il senso di questa scelta?
Mi sono chiesta: perché introdurre, in un luogo sacro, oggetti provenienti da un contesto così mondano e lussuoso?
Forse proprio qui risiede la sua lungimiranza.
Dare nuova luce e nuova speranza a un luogo che, come il mondo intero, aveva attraversato uno dei periodi più bui della storia umana.
La luce è ciò che ci accompagna nei momenti difficili, ciò che indica una direzione.
Amplificarla, moltiplicarla, renderla presenza concreta quando il tempo è fragile.
Dall’America all’Italia.
Dallo sfarzo al culto.
Dall’avere all’essere.
Questa chiesa, per chiunque passi dal Celio a Roma, rappresenta un luogo di passaggio importante: uno spazio che accoglie il passato e allo stesso tempo accompagna il fluire del tempo.
Una vera rinascita.
Quella rinascita intima e spirituale che ogni essere umano dovrebbe poter riconoscere nei momenti di cambiamento della propria vita.
E proprio nel periodo che ci avvicina alla Pasqua, che nella tradizione cristiana rappresenta la resurrezione e quindi una nuova vita, questo messaggio si fa ancora più potente: portare avanti la bellezza e la sacralità dell’esistenza.
Se l’arte è un mezzo per riflettere e la storia può insegnarci qualcosa, spero sia proprio questo:
accogliere, accettare e proseguire, nella propria luce e nel rispetto di ogni essere umano.
Questa idea di luce mi appartiene profondamente.
E quei lampadari, oggi, li vedo non solo come elementi decorativi, ma come simboli di trasformazione — quasi una piccola rivoluzione silenziosa nel nostro tempo.
E tu, hai altre “illuminazioni” da condividere?