#18 Riflessi_oni

A Niki,

l’artista delle donne

Con lei oggi ho chiuso un po’ il cerchio della sua vita, e anche un po’ della mia.
Partendo dal Giardino dei Tarocchi, che ho visitato un anno fa, ho ripercorso la sua storia e lo sviluppo della sua Arte. Ma a distanza di tempo. Perché allora le mie ferite erano ancora troppo aperte e rischiavo di distogliere l’attenzione da ciò che avevo così tanto desiderato di vedere e conoscere di persona. Ho dovuto sedimentare le emozioni e aspettare che il mio animo si acquietasse per affrontarlo di nuovo.

Hon, in svedese, significa “Lei”. Fu a Stoccolma che la sua Arte prese forza e prestigio. La prima grande Nana segnò l’inizio del suo universo colorato e ricco di significati che finalmente sbocciò. Hon era enorme, voluminosa, e al suo interno conteneva un bar, un cinema, un planetario e una galleria d’arte. Spazi da attraversare, sostare, riflettere. Dal 9 giugno al 12 settembre 1966 richiamò oltre centomila visitatori.

Per un’opera così imponente – 29 metri per 6 – servì l’aiuto di molte mani e molte forze. Accanto a Jean Tinguely, compagno di vita dopo la separazione dal marito, parteciparono diversi collaboratori: la giovane pittrice Maja-Lena Engstrom, che si occupò di aiutare Niki nel dipingere la grande superficie creata, e Rico Weber, che rimase al suo fianco per lungo tempo come prezioso assistente furono alcuni degli aiutanti a creare il suo primo passo verso il suo sogno.

Con Jean Tinguely, Niki formava un vero e proprio Yin e Yang: due energie opposte ma complementari, unite dalla stessa passione per l’arte, che per entrambi fu il più grande amore. Niki diceva che l’arte la aiutava a guardare in faccia i suoi fantasmi. Le ferite della vita rimasero tali e certe giornate facevano ancora male, insinuandosi nel presente. Ma il suo fluire con l’arte le permetteva di addomesticarle.

“Hon è un mondo a sé”, dichiarò Niki.

Quella scintilla le aprì la strada verso il sogno che coltivava fin da giovane: creare la sua cappella, all’interno di un Parco meraviglioso. Da Stoccolma a Garavicchio in Toscana, nel 1998 consegnò al mondo il Giardino dei Tarocchi.

La Temperanza: un angelo azzurro veglia sulla Cappella. La Madonna Nera accoglie i defunti. Senza Jean e i suoi collaboratori quel luogo non sarebbe esistito. La Cappella la costruì per lui, come ringraziamento all’universo dopo la guarigione da un infarto. Ma un ictus lo portò via nel 1991, e lei brindò all’apertura del Giardino con lo sguardo rivolto al cielo e all’angelo che aveva condiviso con lei una buona parte di vita. L’altra metà della sua Anima. Quasi per sempre.

Ogni anno il Parco chiude, per preservare sia le sculture – che hanno ormai quasi trent’anni e necessitano di manutenzione costante– sia la vegetazione che le circonda e protegge. Un parco immersivo: anche senza conoscere Niki de Saint Phalle e Jean Tinguely, ti ritrovi a giocare con le loro opere.

Ecco perché ho dovuto aspettare per leggere e documentarmi meglio. Quel gioco, ancora così vivo nella mia memoria di una giornata estiva di fine stagione, rimarrà per sempre nel mio cuore. E come per Niki, ci saranno sempre giorni in cui la cicatrice faranno male. Ma grazie a lei, e grazie al bellissimo romanzo di Pia Rosenberger, porto dentro di me una grande emozione, che mi ha portato a divorare quelle pagine affascinata dalle connessioni che questa donna ha intrecciato nel suo percorso di vita ricordandomi quanto quella visita è stata per me importante.

Ci ha insegnato che il processo è più importante della realizzazione dello stesso. E sta a noi accoglierne i limiti e continuare il viaggio della nostra vita.

Un’artista delle donne. Una Donna che negli anni ’50 ha combattuto contro una dicotomia che, ancora oggi, molte di noi si trovano ad affrontare. All’epoca i ruoli erano rigidamente definiti: se fossi stato madre e moglie non avresti potuta essere altro. Ma lei no. Lei lottò, con il cuore diviso tra il senso di colpa verso i figli – perché aveva scelto di vivere la maternità e il matrimonio in modo distante rispetto alle aspettative sociali – e l’amore potente che provava per l’arte, il suo più grande amore

Dalla Francia all’America, fino all’Italia, visse nell’alveo del Nouveau Réalisme. Conobbe artisti come Jackson Pollock, Franz Kline, Willem de Kooning, Salvador Dalí, Marcel Duchamp, Yves Klein, Alexander Calder, Christo e molti altri.

Leggere questo romanzo è stato come immergersi nei circoli artistici dell’epoca, respirare tra Parigi e New York quell’atmosfera quasi “ossessiva” che avvolgeva la vita dell’artista. Atti quotidiani e semplici, intrecciati a un circuito pazzesco di menti eccelse. E lei stessa lo era. Forse più di tutte.

Ci ha insegnato che la passione ardente è il motore che ci spinge avanti. Quella Forza atta a trasformare dolore e sofferenza in energia vitale, lungo un percorso di rinascita.
Grazie, #NikideSaintPhalle.

Ancora oggi mi chiedo se io ne sono capace, ma la sua visione di processo fine a se stesso, restando presente a ciò che accadeva senza mai abbandonarlo fino a trovare la sua realizzazione mi ha lasciato dentro una sensazione di pura speranza. La ribellione che la animò fin da giovane fu il mezzo per vincere la sua battaglia esistenziale. Il fondamento fu sempre l’arte. Radice e Rifugio allo stesso tempo.

Prima con Portrait of My Lover e poi con i suoi Tirs comunicò al mondo che il processo conta più del risultato finale. Diede voce alla rabbia e al tormento, lasciandoli esplodere nei colori, nelle forme e nel coinvolgimento con le persone. E il suo processo la portò a creare il suo Mondo. Che oggi appartiene anche a noi.


Grazie, #NikideSaintPhalle.

Siamo noi a creare il mondo: tu ce lo hai consegnato, trasformando la rabbia e il dolore, attraversandoli senza nasconderti né vergognarti. Hai parlato della tua sconfitta come figlia – abusata da un padre che non riconobbe il suo ruolo – ribellandoti e aprendo spazio a valori che oggi desideriamo più che mai. Hai cavalcato il tuo senso di colpa per non aver dato ai tuoi figli tutto quello che la società si aspettava. Il contenitore di moltitudini che ti apparteneva e ti rappresentava le hai lasciate parlare, le hai lasciate fluire fino a che “L’amore, la gioia e il colore della tua vita hanno vinto su tutto.”

Quando entri nel Giardino, ciò che ti avvolge è esattamente questo. Nel suo processo trasformativo ci ha donato una bellezza immensa, con cui interagire, vivere e ammirare. E voi? Siete stati al Giardino dei Tarocchi? Quale sensazione, percezione, emozione vi ha invaso nella visita?


Io ci tornerò, non so quando, ma affronterò ancora quel percorso. Per trasformarlo in una nuova piccola luce. E con più consapevolezza, sentirò la sua soddisfazione da lassù, mentre mi guarda giocare nuovamente con le sue opere ma con una verità nel cuore completamente diversa.

Del resto Panta Rhei" (πάντα ῥεῖ), (Eraclito) ci insegna che non si entra nel fiume nello stesso modo in cui ci siamo entrati la prima volta. Perché il fluire della vita ci cambia inevitabilmente.

Sabrina Murgia