#19 Riflessi_oni
JEAN TINGUELY
Cosa sono le Méta Matics?
Jean Tinguely (Friburgo, Svizzera, 22 maggio 1925 – Berna, 30 agosto 1991) è stato uno dei più originali artisti del XX secolo, noto per le sue macchine scultoree cinetiche, rumorose, ironiche e provocatorie.
Le sue Méta Matics — macchine costruite per produrre arte — costituirono un processo artistico totalmente innovativo: attraverso ingegni meccanici trasformava l’inconscio in opere tangibili. La meccanica diventava un ponte tra anima e materia, generando immagini e forme che un meccanismo cinetico traduceva in prodotto artistico.
La rivoluzione industriale entrava così al servizio dell’arte, trasformandosi in una dinamica in cui azione e pensiero si intrecciavano, dall’atto alla resa. Le sue macchine in movimento producevano la staticità di un quadro o di una scultura: un’azione che dava corpo al pensiero, rendendolo visibile e condivisibile.
Tinguely assemblava scarti di macchine diverse, trasformandoli in motori innovativi e strumenti capaci di generare opere comprensibili a tutti. Con lui, l’industrializzazione stessa entrava in discussione attraverso l’arte.
Le opere sembravano talvolta imitare i gesti pittorici, in un periodo — gli anni Sessanta — in cui l’arte si stava trasformando. Non era un’imitazione, però: piuttosto una messa in discussione, un interrogarsi sul temperamento sociale e culturale dell’epoca.
Un episodio emblematico fu Transport Happening, il 13 maggio 1960: una parata per le vie di Parigi con le sue macchine attive. L’evento suscitò scandalo, stupore, polemiche, fino a culminare con il suo arresto. Ma segnò anche l’inizio di una nuova riflessione sul ruolo dell’arte e sul suo processo produttivo.
Questa scoperta del lavoro di Tinguely mi ha colpita profondamente. Perché al di là della resa estetica delle sue sculture, all’epoca esse provocarono un necessario scossone, rompendo la standardizzazione e costringendo la società a interrogarsi su ciò che definiva arte e su ciò che lasciava ai margini.
L’arte contemporanea, fin da quando ho iniziato ad appassionarmene, mi ha sempre affascinata: non si limita al bello tradizionale a cui siamo abituati. Ci mostra che esistono altre strade, altre visioni, altre possibilità di pensiero. Non sempre, per comprenderle, si percorre la via classica e già tracciata.
È un’arte introspettiva, che scava dentro di noi, nei meandri di ciò che non conosciamo o temiamo. Ma ci mostra che può esistere anche altro. Oltre la via canonica può aprirsi un percorso rivoluzionario, capace di condurci verso ciò che di più autentico ci appartiene: la vita stessa.
Nel rispetto e nella reciproca accettazione della diversità, possiamo prenderci cura del mondo.
Per questo la sua opera mi ha dato tanto su cui riflettere. Non sempre i nostri pensieri trovano accoglienza, soprattutto se sono diversi. Ma se non negano l’altro, se offrono prospettive integrative e migliorative, allora non meritano forse di essere accolti? Non è questo il senso profondo dell’arte?
L’arte è un mezzo: da sempre ci permette di riflettere su ciò che l’essere umano produce, sia esso modello ispirativo oppure modello obsoleto, rischioso, da superare. È un interrogarsi, un analizzare con più profondità ciò che viviamo.
Le macchine di Tinguely volevano fare proprio questo: raccontare una società in cambiamento, il progresso, la trasformazione dei gesti artistici e delle correnti culturali. Comunicare che il mondo era in continua evoluzione e che l’arte doveva diventare un ponte tra innovazione e vita quotidiana. Non poteva rimanere fine a sé stessa, né limitata a una contemplazione passiva. Doveva interagire, scuotere, accogliere e offrire possibilità di cambiamento.
Così è anche per la vita. Ci sono momenti di stasi, di fatica, di resa. Ma dobbiamo continuare a muoverci, accogliendo i cambiamenti, anche quelli imposti e non voluti. Negli ultimi anni l’ho sperimentato spesso, ed è per me ancora difficile accettare il concetto giapponese di Shikata ga nai (仕方がない) — “non può essere diversamente, è così”. Ma ne intuisco la preziosità: quando il cambiamento arriva, dobbiamo continuare il viaggio.
Riflettere sulla cinetica del cambiamento — ciò che ci sospinge verso ciò che credevamo impossibile — è l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere. Accogliere ciò che è, anche quando provoca impotenza, rabbia o disgusto per ciò che vediamo accadere nel mondo.
L’arte, però, ci aiuta a illuminare gli aspetti della vita che possiamo trasformare, anche quelli che non avremmo voluto vivere.
In questi mesi sono affaticata: tante riflessioni mi hanno accompagnata. L’accettazione resta per me una sfida. Ma se Niki de Saint Phalle mi ha insegnato ad amare il processo della vita, Jean Tinguely mi ha ispirato ad accogliere l’innovazione, la meccanica e la dinamica mentale che prima o poi ognuno di noi deve affrontare. Accettare non significa fermarsi, ma continuare il viaggio con maggiore consapevolezza.
Amo l’arte e le sue infinite riflessioni.
In una prossima vita vorrei rinascere innovativa; in questa, accetto la mia fragile banalità di essere umano e proseguo il viaggio.
E voi?
Come affrontate le vostre riflessioni?
A chi vi ispirate?
Chi vi ha insegnato ciò che vi è indispensabile per continuare il vostro cammino?