#30 Riflessi_oni - Arte diffusa sul Territorio di Prato (PO) - Toscana

C’è sempre stato, nella mia vita, un momento in cui la stanchezza fisica è talmente intensa che anche la mente fatica a restare performante.

Da qualche anno, però, proprio in quei momenti ho imparato ad attivare un ascolto più profondo del mio corpo, accompagnato da una piccola interazione con attività che abbiano a che fare con l’arte, anche nelle forme più semplici e minimali.

Sì, sono sempre più convinta che l’arte nutra, oltre che curare.
Nutre l’anima e, in maniera quasi balsamica, dona sollievo anche alle rigidità del corpo.

Mi sono iscritta a un corso di avvicinamento all’arte diffusa sul territorio in cui vivo.
È un percorso settimanale finanziato dalla Regione Toscana e supportato dal Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, pensato per scoprire le opere disseminate nella provincia di Prato.

Sono quattro ore a settimana per tre settimane, ma collocate all’interno della routine lavorativa diventano comunque un impegno importante, soprattutto quando si arriva al limite delle energie.

Eppure, come dicevo prima, l’arte nutre.
Per questo sono felice di aver detto sì a questo percorso, che serve non solo ad alimentare nuove consapevolezze personali, ma anche a trovare ispirazioni inattese: quelle che nascono quando lo sguardo attiva il proprio processo di ricerca verso qualcosa che non conosce — o conosce ancora troppo poco.

Serve in entrambi i casi.
Se sei completamente all’oscuro di ciò che osservi, quello sguardo alimenta nuove percezioni, nuove sensazioni, nuovi punti di vista e costruisce un bagaglio personale più ricco.

Se invece possiedi già una sensibilità strutturata, come nel mio caso, anche senza conoscere tutti i dettagli storici o tecnici, il confronto con opere già viste o percepite in passato diventa un esercizio prezioso di comparazione. Le sensazioni si amplificano, i collegamenti aumentano e dentro il corpo succede qualcosa di meraviglioso: la stanchezza, quella fisica e mentale, sembra improvvisamente mettersi in standby, lasciando spazio alla ricettività.

Durante questa prima giornata di esperienza ho sentito crescere le mie endorfine ascoltando chi, con preparazione e cura, ci ha raccontato la storia delle opere che avremmo poi visitato dal vivo.

Siamo a Prato e la magnificenza di un tardo pomeriggio si è aperta davanti a noi con Henry Moore e la sua iconica scultura di Piazza San Marco: Forma squadrata con taglio (Square Form with Cut, 1969-70).

Lo scultore britannico, nei primi anni Settanta, venne ospitato nella Firenze rinascimentale con una storica esposizione al Forte di Belvedere nel 1972, segnando simbolicamente l’ingresso della grande scultura contemporanea internazionale nel nostro panorama culturale.

L’opera installata a Prato rappresentava proprio questo: il desiderio di aprirsi alla modernità.
Fu sostenuta anche da figure fondamentali come Giuliano Gori, che contribuirono a creare un dialogo tra il tessuto industriale pratese e l’arte contemporanea.

I pratesi l’hanno sempre chiamata “la statua con il buco”.
Durante il corso ci è stato fatto notare come quel vuoto possa essere interpretato come simbolo di passaggio, apertura e trasformazione. Un pieno e un vuoto che convivono, tra richiami antropomorfi e forme che ricordano quasi un osso.

E scherzando abbiamo accolto anche il termine “osso-buco”. In fondo siamo in Italia e la parte culinaria riesce sempre a entrare nelle conversazioni.

Ma il potere di giocare con l’arte sta anche in questo: conoscere senza prendersi troppo sul serio, approfondendo piccoli frammenti della storia delle nostre città.

Ed è bello ricordarsi delle proprie origini.
Lì dove oggi si trova la scultura sorgeva infatti l’antica Porta Fiorentina trecentesca: un luogo di accesso, attraversamento e accoglienza tra territori diversi.

Quell’opera sembra allora diventare simbolo di apertura, tolleranza e dialogo con il nuovo. Un passaggio importante per una città come Prato, che ha saputo introdurre nel proprio tessuto urbano un’arte diversa da quella tradizionalmente conosciuta.

Del resto, accogliere non significa forse lasciarsi contaminare da ciò che arriva da fuori, trasformandolo in qualcosa di nuovo e umano?

Con questi interrogativi è iniziato il nostro percorso di arte diffusa.

Attraverso le mura vicine a Via Pomeria ci attendeva poi Il Mazzocchio del 1993, realizzato da Ben Jakober e Yannick Vu.


Qui il passaggio visivo era completamente diverso.
Dal pieno di Henry Moore, pur attraversato dal vuoto del foro, siamo passati a una struttura in acciaio ramato che rende il vuoto protagonista assoluto, sia fisicamente che metaforicamente.

Abbiamo cercato insieme la prospettiva migliore da cui osservare l’opera, arrivando alla conclusione che proprio quella struttura traforata, ispirata alla prospettiva rinascimentale, restituisce una sensazione di ricchezza e profondità.

Gli artisti si sono ispirati, come suggerisce il titolo stesso, al “mazzocchio”, il copricapo geometrico studiato da Paolo Uccello nei suoi celebri disegni prospettici.

Il passato che diventa ispirazione per il contemporaneo.
E quanto è bello camminare nella storia con occhi diversi?

Le opere visitate successivamente sono state:
Isla Negra a Pablo Neruda di Giò Pomodoro del 1975,
Figura antropomorfa per l’Isola d’Elba di Vittorio Tavernari del 1972,
e Mordi Palo (Paalbijter) di Gijs Assmann del 2005.

 Sapete qual è la bellezza di questo scorrere di opere contemporanee?
Non solo ricordarci che esiste una diversità artistica che spesso ignoriamo pur avendola davanti agli occhi, ma anche comprendere che l’arte contemporanea raramente possiede l’immediatezza narrativa di certa pittura figurativa.

Con l’arte contemporanea devi prima accogliere l’opera.
Poi comprenderla.
E solo dopo puoi decidere se amarla oppure proseguire il tuo viaggio senza portarla con te.

Ma per farlo devi fermarti.
Devi concederti tempo.

Con Mordi Palo abbiamo concluso questa prima giornata di arte diffusa e devo dire che è stata una chiusura sorprendentemente intensa.

Ci siamo interrogati sul significato di quel morso, sul palo, sul gesto, sulla tensione del corpo.
Abbiamo ipotizzato se quel palo rappresentasse un arrivo o forse la fine di un tormento. Se l’opera fosse stata collocata lì prima o dopo gli attrezzi ginnici che la circondano, quasi come se quella figura li osservasse.

Tutte riflessioni che hanno trovato conferma nel mio successivo approfondimento.

Non conoscevo quell’opera e nemmeno quella parte della città.
E invece sì: ormai vent’anni fa Mordi Palo venne installata proprio lì, in un’area pedonale e ciclabile pensata per accompagnare le persone durante la passeggiata, il movimento e l’attività fisica.

Un invito a sollevare lo sguardo.
Ad aprire orizzonti.

Quel corpo nudo che morde il palo con espressione contratta sembra quasi voler trattenere qualcosa: le proprie origini, il proprio esserci nel mondo, il peso del passato e insieme il desiderio di continuare il cammino.

Forse dolore e sofferenza fanno parte della sua espressione.
Forse sono proprio loro a spingerci verso il passo successivo.

Non verso l’infinito, ma verso una presenza più autentica nel presente.

“Siamo come nani sulle spalle dei giganti” questa frase attribuita a Bernard Chartres vuol essere per l’artista una guida all’interazione con l’opera stessa. La modernità è qui e può coesistere perché ha guardato al passato e può proseguire il suo viaggio cercando altre forme altri modi e maniere per comunicare attraverso l’arte qualcosa allo spettatore che per passione o per puro caso si trova di fronte a tale sguardo.

Sono uscita da questa prima giornata soddisfatta e profondamente nutrita.
Ancora una volta l’arte contemporanea mi ha ricordato quanto sia importante fermarsi, osservare e lasciarsi attraversare dalle domande.

Perché in fondo questo è un piccolo atto creativo che tutti possiamo fare, senza aspettare un percorso organizzato.

Avete mai pensato di creare una mappa della vostra città con le opere disseminate nel territorio in cui vivete?

Portare curiosità nelle strade, dentro i nostri sguardi e persino dentro quei cellulari che teniamo continuamente in mano può diventare un piccolo gesto di nutrimento verso noi stessi.

E voi? Siete almeno un po’ curiosi di scoprire quale sarà il prossimo appuntamento ad AR-TE?

 

Sabrina Murgia