#23 Riflessi_oni

Peggy Guggenheim (1898–1979): una vita per l’Arte

Voglio onorare questo inizio d’anno con una donna che ha fatto della propria vita un vero capolavoro d’arte: Marguerite “Peggy” Guggenheim (New York, 26 agosto 1898 – Camposampiero, 23 dicembre 1979).

Negli ultimi mesi del 2025 mi sono dedicata alla lettura di alcune biografie di artiste donne. Ho compreso che, attraverso il racconto delle loro vite, riesco a entrare più profondamente nella loro arte, a ricordarne meglio i passaggi, le scelte, le contraddizioni, e ciò che il loro lavoro è diventato nel tempo.

Ho scelto di leggere Una vita per l’arte. Confessioni di una donna che ha amato l’arte e gli artisti, l’autobiografia di Peggy Guggenheim. Nella prima parte del libro la sua vita personale viene descritta con grande dovizia di dettagli intimi. Ed è proprio in questa sezione che ho fatto molta fatica a procedere nella lettura. Solo in un secondo momento, attraverso una riflessione più calma e posata, ne ho compreso le motivazioni.

Peggy Guggenheim amava godersi la vita fino in fondo. La sua visione bohémien, la conduzione non convenzionale dell’esistenza e delle relazioni mi hanno portata, pagina dopo pagina, a formulare giudizi sulla persona e sulla sua etica morale, perché molto lontani dal mio modo di pensare e di essere.

Non riuscivo a comprendere la necessità di raccontare dettagli così intimi della propria vita. Mi disturbavano profondamente. Mi disturbava la noia che lei attribuiva a scelte importanti, come un intervento chirurgico affrontato per distrazione, o il dichiarare una preferenza per la compagnia maschile rispetto a quella femminile perché quella femminile più noiosa.
Mi colpiva il racconto della perdita della verginità narrata con la confidenza di una conversazione privata più che di una biografia. Anche quando lo faceva in modo ironico e brillante – arrivando a raccontare che, durante quell’esperienza, il suo pensiero fosse rivolto ai graffiti di Pompei, mentre il pretendente marito “fortunato” doveva soddisfarla riproducendone le pose osservate – io restavo perplessa.

Peggy ebbe due figli. Fu sposata e divorziata da Laurence Vail (1891–1939), visse il grande dolore per la perdita del suo amore John Holms, e successivamente ebbe una relazione con Douglas Garman (1903–1969).
Visse per anni in una casa descritta come una sorta di “hangover hall”, segnata dai postumi permanenti delle feste, dall’eccesso, dalle sbornie. Ma proprio da quella vita sregolata nacque, più avanti, il desiderio di pace, di silenzio, di concentrazione: il preludio alla fioritura della grande gallerista, mecenate e custode dell’arte moderna che sarebbe diventata. E le sue relazioni continuarono ad evolversi e crescere. Si sposò per la seconda volta con Max Ernest ma non fu il solo uomo nel proseguimento del suo cammino.

Quando nella prefazione lessi che Peggy Guggenheim era stata la più importante mecenate dell’arte del XX secolo, “collezionista di quadri e di uomini”, non capivo perché quest’ultima definizione dovesse essere messa così in evidenza. Io desideravo leggere di lei come mecenate. E per buona parte del libro mi sono sentita davvero in difficoltà. Ma poi continuando a leggere ho compreso quanto importante fosse evidenziare la complessità della donna che è stata.

La giudicavo presuntuosa. Per noia affrontò ciò che io non avrei mai contemplato. E soprattutto, quasi per gioco e non per una vocazione profonda iniziale, decise per scommessa di aprire una galleria d’arte a Londra. Proprio quella scelta, però, la introdusse nel mondo che io amo e adoro. E meno male che questa noia l’ha spinta fin dove è arrivata.

Del resto, la vita è ciò che accade mentre la stiamo vivendo. E Peggy Guggenheim ne è un esempio calzante, a volte difficile da accogliere e comprendere.

“Non capivo niente di arte. Marcel Duchamp mi educò e soprattutto mi insegnò la differenza fra astrattismo e surrealismo.”

Io volevo leggere questi aneddoti, queste curiosità, questi incontri che l’hanno condotta a diventare la donna lungimirante a cui dobbiamo una delle più grandi opere di tutela dell’arte moderna.

Ed è solo dopo la metà del libro che il mio cuore ha iniziato a respirare davvero la sua grandezza. Mi sono ritrovata a sognare di essere una piccola libellula che svolazzava nella sua area vitale, riconoscendole atti visionari e conservativi grazie ai quali oggi possiamo ancora ammirare opere straordinarie.

Era il 1938 quando a Londra aprì la galleria Guggenheim Jeune, Successivamente abbandò il progetto iniziale di creare un museo Londinese. Tentò di condurre una vita più moderata per raccogliere i fondi necessari, ma dovette rinunciare quando l’ombra della guerra iniziò a incombere sull’Europa.

Introdotta nel mondo artistico dal suo grande amico Marcel Duchamp (1887–1968), entrò in contatto con l’ambiente surrealista: André Breton, Max Ernst, Vasilij Kandinskij, Yves Tanguy, in un intreccio continuo tra surrealismo ed espressionismo astratto, mentre l’arte moderna prendeva nuova forma.

Quando la guerra iniziò a devastare l’Europa, Peggy mise in salvo le opere acquistate – e non erano poche. Quando il Musée du Louvre rifiutò di custodirle perché ritenute “non arte”, trovò luoghi alternativi per proteggere quel patrimonio che oggi consideriamo inestimabile.

Fu allora che riconobbi la donna potente, scaltra e coraggiosa che era.

Nel capitolo dell’Intermezzo mi resi conto che, se avessi vissuto in quell’epoca, probabilmente avrei avuto anch’io giudizi conservatori simili a quelli di molti contemporanei. Questa consapevolezza mi ha portata a interrogarmi profondamente sul mio essere.

Forse la mia natura è poco conciliabile con la donna disinibita che Peggy fu. Ma al di là delle differenze, avevamo qualcosa in comune: l’amore per opere che esulano da una comprensione immediata, che chiedono tempo, sguardo e apertura.

Le opere che il Louvre non riteneva degne di essere salvate, lei le protesse. Salvò le opere e sostenne gli artisti: André Breton, Max Ernst, Jean Arp, Alexander Calder, Henry Moore, Francis Picabia, Giacomo Balla, Gino Severini, Fernand Léger, Albert Gleizes, Robert e Sonia Delaunay, Joan Miró, Giorgio de Chirico, René Magritte, Yves Tanguy e molti altri.

Dopo la guerra, nel 1946, tornò in Italia e si stabilì a Venezia, dove ancora oggi è visitabile la Collezione Peggy Guggenheim a Palazzo Venier dei Leoni.

Nel 1948 fu accolta alla XXIV Biennale di Venezia, dove espose la sua collezione salvata dalle macerie della guerra.
Durante quella Biennale racconta un episodio con Bernard Berenson (1865–1959), storico e critico d’arte del Rinascimento. Quando lei gli espresse quanto i suoi scritti fossero stati importanti, lui le chiese: “Perché si dedica a tutto questo?”

La sua risposta racchiude tutta la sua visione:

“Non potevo certo permettermi di copiare i maestri del passato. Considero mio dovere proteggere l’arte del mio tempo.”

A Peggy Guggenheim dico grazie per molti motivi:

  • Grazie perché ha vissuto pienamente, come donna e come essere umano, fragile e imperfetto, alla ricerca della felicità.

  • Grazie perché ha compreso che il passato non deve limitare il presente né il futuro.

  • Grazie perché ha protetto opere senza le quali oggi saremmo tutti più poveri.

  • Grazie perché il suo essere “disturbante” mi ha costretta a riflettere profondamente su me stessa.

Per questo ti propongo due piccoli atti artistici per onorarla.

1. La noia
Come affronti questa emozione quando arriva?
Prendi un foglio e dividilo in sette spazi, uno per ogni giorno della settimana. Ogni giorno annota se ti sei sentito/a annoiato/a e perché. Rendere consapevole un’emozione può trasformare il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri.

2. Il disegno capovolto
Scegli un soggetto (anche semplice). Capovolgilo e disegnalo seguendo solo le linee, senza pensare al risultato finale. Scoprirai che molte convinzioni su ciò che “non sai fare” possono dissolversi.

È poco, rispetto alla maestosità di questa donna. Ma leggere la sua biografia è un viaggio che consiglio. Io ne sono uscita diversa. Un po’ migliore di quando la conoscevo meno.

E se il tempo lo vorrà, visitare la sua Fondazione sarà uno dei viaggi che sogno di fare.

E tu, dove vorrai andare in questo 2026?

Sabrina Murgia