#25 Riflessi_oni - Outback australiano: Silenzio, Trasformazione e Arte
Fermati e respira è anche il titolo di un bellissimo libro di Daniel Lumera che, se avete desiderio di entrare in un po’ di introspezione dentro di voi, vi consiglio di leggere.
Ma queste due parole oggi mi aiutano a introdurre colei che, in questo mese, è stata al centro delle mie letture e del mio pensiero creativo: Marina Abramović.
A questa donna straordinaria, che ha portato l’arte della performance nelle nostre vite, devo grandi insegnamenti, emersi da alcune delle sue opere che mi hanno colpita più profondamente e che mi sono rimaste impresse nel cuore.
Perché sì, questo è il potere dell’arte, almeno per me: ti avvicina a qualcosa o qualcuno che non conoscevi, ti conduce in un viaggio meraviglioso e ti offre spunti di riflessione che non servono solo ad arricchire il tuo bagaglio personale, ma diventano un vascello che si affianca al tuo percorso chiamato vita.
E a un certo punto puoi comprendere se quel vascello è solo di passaggio o se merita di entrare a far parte, a pieno titolo, della tua scuderia interiore.
Perdonate le tante metafore che mi hanno accompagnata in questa descrizione, ma con lei ho davvero compiuto un viaggio importante.
Ogni performance che Marina ha realizzato con Ulay, ma anche quelle successive nel suo percorso di vita e carriera, contiene sempre qualcosa da insegnarci. E se non è una lezione vera e propria, è almeno un modo diverso di stare al mondo, spesso lontano da quello a cui siamo abituati.
Coraggio, resilienza, amore e passione.
Se dovessi tracciare una bussola valoriale che emerge ogni volta che scopro una sua performance, direi che è esattamente qui che punta l’ago.
La performance che più mi porto nel cuore — e che leggendo la sua autobiografia mi ha profondamente appassionata — è l’esperienza vissuta in Australia.
La diversità può insegnarci ad avere punti di vista differenti; l’ingrediente fondamentale e indispensabile è il rispetto, il tutto sostenuto da una grande passione e amore verso ciò che si è e ciò che si costruisce nella vita.
Australia – Outback, deserto australiano e immersione con gli aborigeni
Nel 1979 Marina Abramović e Ulay furono invitati alla Biennale di Sydney, dove presentarono la performance The Brink.
L’azione durò 4 ore e 15 minuti: Ulay camminava avanti e indietro sopra un alto muro nel cortile della galleria, mentre dall’altro lato scorreva una strada trafficata e pericolosa. Marina camminava invece sul margine dell’ombra di Ulay, in una dimensione di pericolo simbolico ma intensa. L’ombra, proiettata dalla luce, si spostava continuamente fino a scomparire. La performance terminò esattamente dopo 4 ore e 15 minuti.
L’opera piacque molto e, successivamente, Marina e Ulay presentarono un progetto per vivere all’interno delle comunità aborigene, con l’intento di apprendere da loro e trasformare quell’esperienza in materia viva per il loro lavoro artistico, da condividere nei mesi successivi al rientro.
Fu così che, grazie all’incontro con Philip Toyne, avvocato e attivista impegnato nella difesa dei diritti degli aborigeni e autore di un libro sul tema, nacque una collaborazione autentica.
Ulay mise a disposizione le sue competenze in ingegneria per la realizzazione delle mappe, mentre Marina, con la sua formazione in grafica, contribuì alla struttura visiva del progetto. Le loro capacità risultarono preziose e permisero di costruire un rapporto di fiducia: Philip comprese che non erano turisti in cerca di notorietà, ma artisti desiderosi di crescere attraverso un’esperienza reale e profonda.
“Non era il caldo ad essere scioccante. Nulla può preparare allo spazio senza limiti, all’odore devastante, agli sciami di mosche tormentose, e nulla può preparare gli occidentali — anche quelli abituati a esperienze estreme — all’incontro con i primi abitanti dell’Australia.”
Marina racconta che gli aborigeni non comunicano come siamo abituati noi. Le ci vollero tre mesi per superare quello che lei definisce un vero e proprio muro, comprendendo che la comunicazione avveniva su un piano diverso, quasi telepatico.
Molti australiani, dice, faticano a comprendere questa cultura e preferiscono città come Londra o Parigi. I Pitjantjatjara e i Pintupi, inoltre, non usano l’acqua per lavarsi, ma la sabbia, che non elimina gli odori: per un occidentale l’effetto è quasi insopportabile, “come strofinarsi una cipolla cruda negli occhi”.
Eppure si tratta di una cultura nomade, antichissima, profondamente connessa all’energia della terra. Per loro tutto accade nel presente, non nel passato né nel futuro: ciò che oggi chiamiamo qui e ora.
Leggere questa parte del libro è stato per me un viaggio bellissimo e affascinante, e anche un modo personale per fare pace con quella terra.
Da questa esperienza Marina trae insegnamenti fondamentali: immobilità, rallentamento del respiro e del battito del cuore. Racconta di come la sua mente sia diventata capace di accogliere segnali non verbali, in particolare quelli delle donne aborigene.
Tornati alla vita fuori dal deserto iniziò la seconda parte del progetto: nei sei mesi successivi trasferirono ciò che avevano appreso in una nuova performance, Gold Found by the Artists.
Per 16 giorni, uno di fronte all’altro, seduti su sedie né comode né scomode, Marina e Ulay si guardarono negli occhi senza muoversi, per 8 ore al giorno.
Sembra facile, vero?
Io stessa faccio fatica a rimanere immobile dopo cinque minuti di meditazione.
Ciò che portarono alla luce fu la straordinaria capacità del nostro corpo — guidato dal cervello — di andare oltre i limiti abituali. È possibile, ma estremamente difficile.
“Devi solo escludere tutto il rumore che ti circonda. Per farlo devi scaricare il tuo sistema di pensiero e la tua energia. Devi essere completamente vuoto. Il cervello deve essere così stanco da non riuscire più a pensare. È allora che subentra la conoscenza liquida. È molto difficile conquistare questo tipo di conoscenza, ma io ci sono riuscita. E per farlo non bisogna mai, mai arrendersi.”
L’atto creativo che oggi posso regalarti è semplice: prendi il suo libro e leggilo, lasciandoti attraversare dai viaggi interiori e dall’intimità che Marina ha scelto di condividere con i suoi lettori.
È una donna che ha amato profondamente e che ha sofferto per l’abbandono dei suoi grandi amori. E sì, non c’è stato solo Ulay nella sua vita, anche se nel 2010 fu lui l’unico ad avere il coraggio di sedersi di fronte a lei.
Forse ha vinto l’amore di chi ha avuto più coraggio.
Tra una pagina e l’altra ti ritroverai a desiderare di ricominciare la lettura dall’inizio. Così è successo a me.
E allora, per essere davvero riconoscenti al suo dono, prova a respirare entrando nel suo viaggio.
Siediti comodo, non incrociare le gambe, avvia un cronometro. Respira profondamente portando l’attenzione alle narici, all’aria che entra e che esce. Osserva quanto la tua resistenza è allenata.
Un giorno alla volta.
Se vuoi raggiungere quella sensazione di “cervello che stacca la presa”, devi respirare a lungo, molto a lungo. Ma se inizi, scoprirai quanta bellezza può portare quella sensazione.
Il dolore, come lei ha dimostrato, appartiene a un altro tipo di percorso. Per stare meglio, giocando con l’arte, basta un respiro alla volta, nella ricerca di un po’ di tranquillità.
Tu sei abituato a respirare?